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cominciai Poeta, volontieri parlerei a quei due che nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri.Ed elli a me Vedrai quando saranno più presso a noi e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno.Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce O anime affannate, venite a noi parlar, s altri nol niega.
angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti.Andiam, ché la via lunga ne sospigne.Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l abisso cigne.Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l aura etterna facevan tremare ciò avvenia di duol sanza martìri, ch avean le turbe, ch eran molte e grandi, d infanti e di femmine e di viri.
costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti.Ma poi che vide ch io non mi partiva, disse Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare più lieve legno convien che ti porti.E l duca lui Caron, non ti crucciare vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
Così sen vanno su per l onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s auna. Figliuol mio, disse l maestro cortese, quelli che muoion ne l ira di Dio tutti convegnon qui d ogne paese e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio.
Quando vidi costui nel gran diserto, Miserere di me, gridai a lui, qual che tu sii, od ombra od omo certo.Rispuosemi Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patrïa ambedui.Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e l ventre largo, e unghiate le mani graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro schermo volgonsi spesso i miseri profani.Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne non avea membro che tenesse fermo.
mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com io, dopo cotai parole fatte, venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch onora te e quei ch udito l hanno.Poscia che m ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto.
Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo, che men loco cinghia e tanto più dolor, che punge a guaio.Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia essamina le colpe ne l intrata giudica e manda secondo ch avvinghia.Dico che quando l anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa e quel conoscitor de le peccata vede qual loco d inferno è da essa cignesi con la coda tante volte quantunque gradi vuol che giù sia messa.
dimmi la cagion che non ti guardi de lo scender qua giuso in questo centro de l ampio loco ove tornar tu ardi. Da che tu vuo saver cotanto a dentro, dirotti brievemente, mi rispuose, perch i non temo di venir qua entro.Temer si dee di sole quelle cose c hanno potenza di fare altrui male de l altre no, ché non son paurose.
mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna non ragioniam di lor, ma guarda e passa.E io, che riguardai, vidi una nsegna che girando correva tanto ratta, che d ogne posa mi parea indegna e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch i non averei creduto che morte tanta n avesse disfatta.
principio del mattino, e l sol montava n sù con quelle stelle ch eran con lui quando l amor divino mosse di prima quelle cose belle sì ch a bene sperar m era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l ora del tempo e la dolce stagione ma non sì che paura non mi desse la vista che m apparve d un leone.
rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto.E poi ch a riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva d un gran fiume per ch io dissi Maestro, or mi concedi ch i sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer sì pronte, com i discerno per lo fioco lume.
Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m era durata la notte ch i passai con tanta pieta.E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l acqua perigliosa e guata, così l animo mio, ch ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva.
angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch i ti vedessi mai.Ma dimmi chi tu se che n sì dolente loco se messo, e hai sì fatta pena, che, s altra è maggio, nulla è sì spiacente.Ed elli a me La tua città, ch è piena d invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.
sappi che, dinanzi ad essi, spiriti umani non eran salvati.Non lasciavam l andar perch ei dicessi, ma passavam la selva tuttavia, la selva, dico, di spiriti spessi.Non era lunga ancor la nostra via di qua dal sonno, quand io vidi un foco ch emisperio di tenebre vincia.
altri poeti onore e lume, vagliami l lungo studio e l grande amore che m ha fatto cercar lo tuo volume.Tu se lo mio maestro e l mio autore, tu se solo colui da cu io tolsi lo bello stilo che m ha fatto onore.Vedi la bestia per cu io mi volsi aiutami da lei, famoso saggio, ch ella mi fa tremar le vene e i polsi.