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Amor, ch a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m abbandona.Amor condusse noi ad una morte.Caina attende chi a vita ci spense.Queste parole da lor ci fuor porte.Quand io intesi quell anime offense, china il viso, e tanto il tenni basso, fin che l poeta mi disse Che pense.
Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa. Or discendiam qua giù nel cieco mondo, cominciò il poeta tutto smorto. Io sarò primo, e tu sarai secondo.E io, che del color mi fui accorto, dissi Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto.
conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d Acheronte.Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi.Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando Guai a voi, anime prave Non isperate mai veder lo cielo i vegno per menarvi a l altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.
lungi n eravamo ancora un poco, ma non sì ch io non discernessi in parte ch orrevol gente possedea quel loco. O tu ch onori scïenzïa e arte, questi chi son c hanno cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte.E quelli a me L onrata nominanza che di lor suona sù ne la tua vita, grazïa acquista in ciel che sì li avanza.
quest andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto.Andovvi poi lo Vas d elezïone, per recarne conforto a quella fede ch è principio a la via di salvazione.Ma io, perché venirvi o chi l concede Io non Enëa, io non Paulo sono me degno a ciò né io né altri l crede.
Giusti son due, e non vi sono intesi superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c hanno i cuori accesi.Qui puose fine al lagrimabil suono.E io a lui Ancor vo che mi nsegni e che di più parlar mi facci dono.Farinata e l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca e li altri ch a ben far puoser li ngegni, dimmi ove sono e fa ch io li conosca ché gran disio mi stringe di savere se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.
mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna non ragioniam di lor, ma guarda e passa.E io, che riguardai, vidi una nsegna che girando correva tanto ratta, che d ogne posa mi parea indegna e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch i non averei creduto che morte tanta n avesse disfatta.
error la testa cinta, dissi Maestro, che è quel ch i odo e che gent è che par nel duol sì vinta.Ed elli a me Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser sanza nfamia e sanza lodo.Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
cominciai Poeta, volontieri parlerei a quei due che nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri.Ed elli a me Vedrai quando saranno più presso a noi e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno.Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce O anime affannate, venite a noi parlar, s altri nol niega.
innalzai un poco più le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.Tutti lo miran, tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone, che nnanzi a li altri più presso li stanno Democrito che l mondo a caso pone, Dïogenès, Anassagora e Tale, Empedoclès, Eraclito e Zenone e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale Euclide geomètra e Tolomeo, Ipocràte, Avicenna e Galïeno, Averoìs, che l gran comento feo.
Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.
Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Quinci non passa mai anima buona e però, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che l suo dir suona.Finito questo, la buia campagna tremò sì forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna.La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento e caddi come l uom cui sonno piglia.
quelli a me Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l altra con molta offensione.Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n aonti.
angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti.Andiam, ché la via lunga ne sospigne.Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l abisso cigne.Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l aura etterna facevan tremare ciò avvenia di duol sanza martìri, ch avean le turbe, ch eran molte e grandi, d infanti e di femmine e di viri.
terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve regola e qualità mai non l è nova.Grandine grossa, acqua tinta e neve per l aere tenebroso si riversa pute la terra che questo riceve.Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.
Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca, si drizzan tutti aperti in loro stelo, tal mi fec io di mia virtude stanca, e tanto buono ardire al cor mi corse, ch i cominciai come persona franca Oh pietosa colei che mi soccorse e te cortese ch ubidisti tosto a le vere parole che ti porse Tu m hai con disiderio il cor disposto sì al venir con le parole tue, ch i son tornato nel primo proposto.
movi, e con la tua parola ornata e con ciò c ha mestieri al suo campare, l aiuta sì ch i ne sia consolata.I son Beatrice che ti faccio andare vegno del loco ove tornar disio amor mi mosse, che mi fa parlare.Quando sarò dinanzi al segnor mio, di te mi loderò sovente a lui.